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dell'Institute for Nuclear Studies, appena fondato insieme a quello di radio-
biologia e a uno per lo studio dei metalli. Alla fine della guerra Fermi è
certamente il più grande esperto di neutroni al mondo, ora vuole dedicarsi
completamente alla ricerca e rifiuta la carica di direttore chiedendo a
Samuel Allison, suo più stretto collaboratore, di occuparsi degli aspetti ammini-
strativi. Gli anni della guerra avevano contribuito alla nascita della cosiddetta
big science, sia a livello finanziario, sia a livello scientifico e tecnologico, con la
costruzione di grandi macchine come reattori nucleari e acceleratori di particelle,
sia a livello organizzativo. È un modo completamente inedito di fare ricerca.
Nel gennaio 1946 Fermi scrive a Edoardo Amaldi e Gian Carlo Wick (che dal
1939 occupa a Roma la cattedra di Fisica teorica lasciata da Fermi):
«Dal gennaio io mi sono stabilito a Chicago, più o meno definitivamente. [ ... ]
Sembra che avremo mezzi piuttosto illimitati e abbiamo cominciato ad usarli
ordinando un betatrone da 100 MeV [ .. .]. Anche in America la situazione della
fisica ha subìto cambiamenti molto profondi per effetto della guerra. Alcuni sono
per il meglio: ora che la gente si è convinta che con la fisica si possono fare le
bombe atomiche tutti parlano con apparente indifferenza di cifre di vari milioni
di dollari. Fa l'impressione che dal lato finanziario la maggiore difficoltà
consisterà nell'immaginare abbastanza cose per cui spendere. D'altra parte ci
aspettiamo che il numero degli studenti cresca considerevolmente [ ... [». Intorno
a Fermi cominciano a radunarsi molti giovani studenti, borsisti e ricercatori
provenienti da Los Alamos o da altri laboratori. Chicago diventa la meta di un
gran numero di giovani talenti che accorrono anche da paesi come la Cina,
l'India e il Canada. Anche nel corso delle ricerche finalizzate al raggiungimento
di obiettivi ben precisi, come nel caso della pila o addirittura a Los Alamos,
Fermi crede fermamente nella necessità di mandare avanti in parallelo insegna-
mento e ricerca, fra i quali non fa una vera e propria distinzione. La sua forza è di
rendere partecipi i più giovani del processo di ricerca nel momento stesso in cui
lui stesso vi è impegnato in prima persona. Come ricorda Albert Wattenberg,
uno dei primi allievi americani di Fermi alla Columbia: «Voleva che i giovani
membri del gruppo avessero una chiara comprensione di quello che stavano
facendo. [ ... ] voleva che ognuno di noi capisse la successione delle misure che si
accingeva a effettuare per stabilire un controllo quantitativo di una reazione
nucleare a catena [ ... ] Riduceva al minimo le dimostrazioni e gli argomenti che
potevano far deviare il flusso del ragionamento. Sapeva ciò che era importante
e ciò che poteva venire trascurato». Chen Ning Yang, futuro premio Nobel,
ricorda così le lezioni di Fermi a Chicago: «Per ogni argomento aveva l'abitudine
tipica di cominciare sempre dall'inizio, faceva esempi semplici ed evitava per
quanto possibile i formalismi. (Usava ripetere per scherzo che il formalismo
complicato era per "gli alti prelati"). La semplicità dei suoi ragionamenti creava
l'impressione di una totale mancanza di sforzo da parte sua. Ma quest'impressione
è falsa: la semplicità era il risultato di un'accurata preparazione e di una ponderata
valutazione delle possibili diverse alternative di esposizione». Secondo la sua
vecchia abitudine romana Fermi raccoglie nel suo studio, una o due volte la
settimana, un piccolo gruppo di laureati a cui fa lezione in modo informale.
Il tema viene proposto da lui stesso o da uno degli studenti. Gli argomenti sono
Luisa Bonolis
172 L'opera scientifica di Enrico Fermi

